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 Il tricolore sottosopra

Ci aveva pensato Benigni, durante il festival di Sanremo, a mettere la pulce nell'orecchio a tutti quanti; poi, visto il nostro senso patriottico pari a zero, la cosa sembrava essere caduta nel vuoto. Preparando ora una nuova edizione del capolavoro di Dante, ecco che rispunta la questione  del tricolore, che il celebre attore vorrebbe inventato da Giuseppe Mazzini e ispirato al personaggio di Beatrice come immagine della Fede, Speranza e Carità. A parte  il fatto che già Cardini qualche anno fa aveva espresso tale ipotesi, il punto che  non regge è un altro.

Mazzini che dedica una bandiera alle virtù teologali è come Cicciolina che si mette a predicare l'astinenza, e il motivo è presto detto: il fondatore della Repubblica Romana era massone, come pure una buona parte della classe dirigente di quell'epoca, e il nucleo della massoneria sta nel sostituire il Dio d'Israele, lo stesso Dio che diventa uomo in carne e ossa e come tale si attende che ritorni, con l'immagine di un "architetto" non meglio identificato, che non si cura minimamente della sua creazione e che i suoi adepti servono senza saperne spiegare il motivo, e senza saperne dire un granchè. Con queste premesse, se mai Mazzini e i suoi hanno nominato la povera Bice Portinari (che forse non seppe mai di essere la musa di una delle più belle storie mai raccontate), sarà  stato in maniera provocatoria, ridicola o perfino oscena come era nel loro costume, certo non come riferimento ideale.

I documenti parlano chiaro: nel 1797 il parlamento della Repubblica  Cispadana decretò che il vessillo nazionale portasse i colori dell'antico stemma comunale di Milano (rosso e bianco) e della guardia civica che operava nella città e che portava la divisa verde. Prima ancora, i due studenti Zamboni e de Rolandis avevano unito il bianco della città di Bologna e il rosso di Castell'Afero ad un generico verde speranza, per preparare una rivolta contro lo Stato Pontificio. La forma poi, a tre strisce verticali di uguali dimensioni, richiamava espressamente la bandiera della Rivoluzione Francese, che pochi anni prima aveva gettato un paese intero nell'idolatria e nel terrore.

Tuttavia, ci fu un poeta che contribuì al mito del tricolore come lo conosciamo oggi: era Giosuè Carducci (sì, proprio quello dell'Ode a Satana, altro che Beatrice!), che tenne il discorso per il primo centenario della bandiera. Manco a dirlo, anche Carducci era un massone notorio, e sua è la favoletta che è stata propinata a generazioni di scolari: verdi sono i prati e le foreste, bianca è la neve delle Alpi, rosso è il sangue dei caduti oppure,  nei periodi un po' meno bellicosi, le fiamme dei vulcani: io nei primi anni Novanta avevo beccato quest'ultima versione, non so dire se i bimbi di oggi se la sorbiscano ancora. Man mano che si studia e si cresce, si incappa in un altro classico "Pianto antico", tanto per stare allegri, e alle superiori ci si trova finalmente davanti a quel manifesto ideologico che ho nominato prima e che a suo tempo mi attirò le ire dell'insegnante, per essermi rifiutata di leggerlo ad alta voce in classe. Sono passati quasi dieci anni e mi rifiuto di citarlo tuttora: se lo legga in biblioteca, chi ne ha voglia.

Questo per far capire che cosa si insegna nelle scuole e che cosa sta esposto in tutti i locali pubblici; ma non occorre essere Jung per sapere che un simbolo, quando viene invertito, assume un significato opposto all'originale: è accaduto con la svastica indiana, immagine della luce solare trasformata nell'insegna dell'inferno (al confronto le bolge dantesche sono dei luna park); senza andare tanto lontano, è accaduto col Sole delle Alpi, ieri simbolo di un'antica civiltà e oggi distintivo dei somari; si può allora tentare di fare anche il contrario, capovolgere sui propri balconi il drappo della vergogna e così restituirlo - stavolta sul serio - al suo significato originale, quello raccontato nel ritratto di un amore che diventa guida al Paradiso.

Elisabetta Spada

 

 

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Siamo uomini o burattini?

Alcuni dicono che la storia di Pinocchio racchiude un simbolismo massonico: se è vero, se la tengano pure i massoni e se la raccontino tra di loro. In caso contrario vorrebbe dire che Collodi era un poco di buono e che chi lo fa leggere è peggio di lui.
Un quarto di secolo fa ero una gran curiosa che credeva solo a quello che poteva toccare con mano, una piccola Margherita Hack tanto per dare l'idea, e sapevo benissimo che nelle fiabe non c'era nulla di vero, ma già allora quella storia non mi  piaceva. C'era qualcosa di diverso dalle altre favole, un senso come di imbroglio e un'atmosfera cupa, spettrale che riusciva a essere inquietante perfino per una come me.
Ora che osservo il mondo senza i paraocchi del razionalismo e conosco la mente infantile quanto basta per difenderla, mi rendo conto di che cosa mi metteva tanto a disagio. La storia di Pinocchio racconta ai bambini che quando ci si allontana dal tragitto casa-scuola si finisce nei guai, che il mondo esterno è pieno di gentaglia ed è meglio starne lontani, e che le persone che ci vogliono bene si ammalano e muoiono se non facciamo tutto quello che ci dicono, il tutto facendo leva sulle paure più nascoste dell'inconscio. Non so cosa stia pensando il lettore, ma per me questo si chiama PLAGIO.
Per smascherarlo basta pensare per un attimo a cosa sarebbe successo se Pinocchio non avesse mai marinato la scuola: sarebbe rimasto per sempre un automa dalla vita insulsa come quella di Geppetto, un uomo talmente solo da costruirsi un burattino per avere qualcuno con cui parlare. Perfino il suo nome sembra messo apposta per prendere in giro un suo collega, che papà lo è stato sul serio e non aveva bisogno di alzare il gomito per vedere l'incredibile (la sua storia è raccontata qui: http://amicidisangabriele.blogspot.it/2013/06/un-uomo-perbene.html): è dovuto a una coincidenza, o alla faccia di bronzo di Collodi?
Tutti abbiamo rischiato di diventare dei mastri Ciliegia che conoscono solo casa e bottega, e l'abbiamo scampata grazie a tutti i Lucignoli che abbiamo incontrato, che ci hanno tirato fuori dalla routine e ci hanno fatto conoscere le cose e le persone più importanti della nostra vita. Se oggi siamo qui a leggere e a scrivere queste pagine, lo dobbiamo a loro ed è un debito di gratitudine che non si può colmare ma solo imitare, se si riesce. Dopotutto ciò che cerchiamo di fare oggi noi de La Bohème, dando assistenza agli studenti più emarginati, non è altro che un modo per provare a diventare, anche noi, il Lucignolo di qualcuno.

Elisabetta Spada

 

 

Ascoltami bene

 

Che schifezza. Come mancare di rispetto alla memoria di una persona. Mi è bastato seguire un pezzo della pièce teatrale dedicata a Etty Hillesum, proiettata ieri su Rai5, per farmi un'idea. E' grazie alla persona più importante della mia vita che conobbi la sua storia, correva l'anno 2007, ma solo pochi mesi fa mi sono decisa a leggere i diari e l'epistolario nella versione nuda e cruda, senza commento, edita da Adelphi: fin dai tempi della scuola elementare, quando ancora il giorno della memoria non esisteva ed era aggregato al 25 aprile, tutto ciò che riguarda la dittatura nazista mi incute una gran paura benchè non sia mai stata nè ebrea nè zingara, men che meno omosessuale, e non avrei nessuna ragione sensata per spaventarmi tanto. Bene, è proprio da profana che giudico la recita di ieri un fiasco, che non rende ragione a come sono andate le cose.

Lasciando da parte la somiglianza fisica inesistente, Etty all'inizio non erra certo un cuor di leone, nella sua vita troviamo anche un delitto di sangue dovuto proprio alla paura di vivere, ma non era una pazza. Non bisbigliava, gridando improvvisamente, con gli occhi fissi nel vuoto. Non si muoveva di scatto con gesti improvvisi e nervosi, a rischio di rovesciare l'inchiostro o di danneggiare altri piccoli beni tanto preziosi in tempo di guerra. Non saltava nemmeno di palo in frasca, la sua inattività era molto simile a una specie di sonnolenza, la stessa che colpisce molti coetanei ancora oggi quando non si ha la possibilità di fare qualcosa con le proprie mani. Nè l'attrice nè la regista hanno saputo mostrare il suo stupore delle cose piccole, la sua curiosità innata, l'ironia sottile verso i comportamenti stereotipati della gente.

Probabilmente lei stessa non farebbe molto caso alle cerimonie lugubri che si tengono ad ogni benedetta fine di gennaio: non si sentiva ebrea più di tanto, non quanto una Stein ad esempio, viveva il suo tempo più che altro come un'eclisse dell'umanità e della ragione, una brutta parentesi destinata a finire, e già si immaginava a fare 0la scrittrice dopo la guerra. Forse si sarebbe battezzata o forse no, comunque mai troppo rigida o fanatica come tanti neoconvertiti. Se avesse davvero continuato a scrivere, senza diventare un'avvocatessa frustrata, le poteva piacere magari la Loewenthal, se proprio si vuole coinvolgere il suo popolo. In ogni caso, dubito che a questa vispa lucidissima signorina di cento anni lo spettacolo di ieri sarebbe piaciuto. Magari però lo avrebbe preso per una caricatura e ci avrebbe riso su alla faccia della tv di Stato, della sua retorica e delle sue lacrime di coccodrillo.

30 gennaio 2014                                                                                                                                                                                                                                                                                Elisabetta Spada