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Consigli e sconsigli di lettura 

 

Conta le stelle, se puoi

 

Dalla parte dei vinti

 

Che cos'è la tradizione 

 

Nessun dolore

 

 

Elena Loewenthal, Conta le stelle, se puoi, Einaudi 2008

Cronaca di una sera d'agosto sulla riviera ligure: c'è la presentazione dell'ultimo libro di Elena Loewenthal, "Conta le stelle, se puoi", edito da Einaudi. Io e la mia amica patita di letteratura ci presentiamo puntuali ma senza premura, convinte che "tanto, con questo caldo, chi vuoi che si rintani in una biblioteca..." e invece la sala è affollata. Presenta la serata un insegnante di mezza età, organizzatore del concorso letterario locale: anche l'autrice è puntualissima, con l'eleganza serena di una tipica "madamin" in ferie, figura molto meglio dal vivo che nei sorrisi tirati delle foto sui vari giornali cui collabora.
Dalle prime battute dell'intervista, quasi ci viene il sospetto di essere incappate nell'ennesimo volumetto di fanta-storia dai toni spiritati: come sarebbe andata a finire se Mussolini fosse morto dopo appena due anni di regime (l'autrice inizialmente si "impapera" e scambia il nome con quello di Hitler, ma chi al suo posto non sarebbe colpito da simili lapsus?), ma il racconto parte molto prima ed è la storia di una famiglia ebraica piemontese, che inizia a fine Ottocento con il giovane Moise che da Fossano si sposta a Torino in cerca di fortuna e prosegue con tutti i suoi figli e nipoti fino ad oggi, raccontando il Novecento che buona parte dell'Italia avrebbe voluto, tirando in campo l'America, il sionismo e diversi fatti della storia di ieri, ma senza insistenza nè retorica, come semplice sfondo alle vicende dei personaggi. Un'Italia dove tutto sommato si vive bene, che diventa repubblica nel '38 senza colpo ferire, una città in cui l'editoria per bambini permette ad una delle figlie di Moise, infelice per non essere sposata, di riconciliarsi con la vita.
Elena Loewenthal racconta la storia quasi per intero, e traspare la commozione per certi episodi liberamente ispirati alla vita di alcuni suoi familiari, ma anche il suo quotidiano impegno di docente a Milano nel modo in cui spiega qualche termine in ebraico o in piemontese stretto buttato qua e là nel testo: mi ricorda tanto la giovane insegnante di inglese, gentile e sempre sorridente, che aveva accompagnato all'esame di maturità la classe più difficile di tutto il liceo. Ma all'intervistatore che le chiede come le sia venuta l'idea di modificare la storia in quel modo, risponde che non è stata una fuga dalla realtà nè il mero resoconto delle aspirazioni troncate dei vari suoi parenti che non uscirono vivi da quegli anni (a rigor di logica, dice lei, sopravvissuti lo siamo tutti al di là del cognome che portiamo), ma che piuttosto vuole essere un modo per confermare la sua convinzione che esista un destino buono per cui ognuno è disegnato: che si può nascere per diventare un capostipite, per viaggiare, per scrivere la propria rassegnazione o per fare il ribelle, ma mai per finire in fumo.
Il titolo è quello di un'antica promessa, quella che l'Eterno fece ad Abramo nella notte dei tempi: "Guarda il cielo e conta le stelle, se puoi: tale sarà la tua discendenza...", e uscendo dalla sala non si può non pensare a come nel frattempo l'uomo sia diventato stupido: non malvagio o immorale ma completamente scemo, a temere come un disastro quella che fu la seconda chance data all'uomo, che già si era giocato l'Eden. Oggi come allora, è lo stesso avversario strisciante che insinua nelle menti la paura e il rifiuto della discendenza, che fa sputare ad insospettabili signore una valanga di insulti e maledizioni contro chi osa volerne una numerosa, che spinge centinaia di ragazze ad assumere una forma e un vestiario androgini per nascondere il proprio genere come fosse una malattia. Quegli stessi che applaudivano la scrittrice per la sua storia romanzesca, con ogni probabilità prenderebbero a pesci in faccia un vicino di casa come Moise Levi, con i suoi due matrimoni e sei figli. D'altro canto, erano tutti in età avanzata: gente del secolo scorso.

 Elisabetta Spada

 

 

Dalla parte dei vinti, l'altra faccia della verità

Leggi "Dalla parte dei vinti" e quasi ti sembra di sentire un sussurro di sottofondo: "Considerate se questo è un uomo...". Pure, l'autore di questo libro dichiarò una volta di non aver mai letto Primo Levi "per non inquinare - così diceva - le mie idee e la mia lingua". Basta aprire il volume per vedere che in realtà non l'ha mai letto non per menefreghismo, ma perchè non ne aveva necessità. Noi nati in tempo di pace abbiamo bisogno di leggere per capire almeno in parte quegli anni terrificanti, non chi ci si è trovato dentro da ragazzino, ed ha imparato a maneggiare le armi e a buttarsi nei fossi per salvarsi all'età in cui di solito il tempo è diviso tra la noia delle ore in classe, le ragazze e il pallone.

Altri hanno metabolizzato, occultato, rimosso: non lui, Buscaroli, che ha sempre sentito vivo il bisogno di dire i fatti nudi e crudi - questo è revisionismo, altro che la "memoria condivisa" che oggi si cerca di costruire ad arte e cui il libro allude qua e là con sarcasmo - e solo alla soglia degli ottant'anni, forse stufo di sentirsi dare del fanatico, decide di vuotare il sacco della sua memoria di ferro che non dà spazio alle nostalgie di gioventù ma lascia, a metà tra il diario e la cronaca, una sorta di testamento morale di uno dei maggiori intellettuali "scomodi" italiani.

Anche chi non è un amante della storia resta coinvolto nel libro al punto da non riuscire più a chiuderlo come accade solo ai romanzi ben fatti, ma con la tremenda consapevolezza che tutto questo è stato. Un realismo accentuato dalle fotografie, album di famiglia dove ad un certo punto compare il monello Pierino dal sorriso impertinente che già lascia intuire le maniere sbrigative che lo hanno sempre contraddistinto. Di lì comprendi l'esagerare certi eventi, il glissare su altri, la cortesia verso personaggi quali una Frau Goering che altri avrebbero preso volentieri a sassate e la cui calma imperturbabile a distanza di anni ancora mette i brividi. Comprendi che i mostri non esistono, ma gli indemoniati sì e sono persone assolutamente normali, anch'essi per certi versi vittime: corpi ancora vivi per forza d'inerzia, ma definitivamente privati dell'anima.

La storia la scrive chi vince, è la morale di questa favola nera, il resto sono solo grida censurate o silenzio di tomba, come quello che si avverte nel capitolo sul viaggio in Giappone. Non c'è più qui il ragazzino delle prime pagine, ma un uomo non ancora quarantenne che se ne va alla ricerca di ombre, così le definisce, da pagano qual è che non conosce redenzione. Poi si mette a parlare di musica, ed a quel punto hai già smesso di giudicare da un bel pezzo, comprendi di avere di fronte solo un'anima devastata che cercando per un'intera vita l'armonia ha potuto esorcizzare il male, senza negarlo, ma riuscendo a convivere con esso: ed a quel punto, finalmente, riprendi a respirare.

Elisabetta Spada

 

 

Elemire Zolla, Che cos'è la tradizione, Adelphi 1998

Esistono libri non facili, talvolta sgradevoli al primo impatto, classici che la scuola non propone mai neanche a chi ne avrebbe un gran bisogno, ma che lasciano il segno e ti fanno capire almeno in minima parte ciò che sei: Guenon, Evola, Eliade e molti altri, autori che magr non hanno mai scavato tra le sabbie in cerca di reperti ma si sono avventurati nelle profondità della Storia con la maiuscola, quella che si compie prima nel cuore umano e poi, di riflesso, nelle battaglie.

Stavolta è il turno di Elemire Zolla, che in pochi capitoli tenta di rievocare al lettore (che differenza dalla tanto decantata "divulgazione" che da tutte le emittenti ripete all'infinito la stessa cantilena!) la radice più profonda che accomuna, volenti o nolenti, tutti noi che siamo nati nei popoli latini: una tradizione pagana ostica e dura quanto quella levitica, causa d'inciampo per chi vi si cimenta, un modello di vita domestica nel segno di Vesta che insieme affascina e mette i brividi. Se da un lato si ha compassione di quei poveri disgraziati dei nostri antenati, talmente rustici e illetterati da scambiare gli archetipi del'inconscio collettivo per altrettanti dèi, dall'altro viene quasi da invidiarli perchè loro con gli archetipi ci vivevano gomito a gomito a forza di iniziazioni e prove di coraggio, mentre noi condanniamo i nostri ragazzini all'esaurimento e alla scoliosi.

E se questa fu farina del sacco di Zolla, certo dobbiamo ringraziare la sua anima gemella Cristina Campo per averlo convinto a scrivere la seconda parte, un vero Antirrhetikos dei nostri giorni (per chi non lo sapesse, significa dare botta e risposta al maligno: leggetevi l'originale!) che chiunque dovrebbe leggere più volte per zittire i pifferai del laicismo e del progresso, e anche per rinfrescarsi le idee ogni tanto. Un testo, e un autore, semplicemente grandi.

Elisabetta Spada

 


Nessun dolore, ma anche nessun motivo per andarci

 

Confesso di aver meditato per un paio di settimane di unirmi a Casa Pound, quando ancora non ne sapevo granchè e credevo fosse gente coi piedi per terra che volesse riproporre quanto di valido è stato fatto nei vent'anni più controversi della storia italiana: cercavo una specie di revisionismo attivo, non relegato ai congressi ma calato nella vita reale. L'episodio vergognoso di Firenze bastò a farmi fare marcia indietro, però restava ancora la curiosità di leggere questo libro per capire se davvero quella era Casa Pound o se si trattava solo delle proverbiali mele marce.
Apriti cielo! A parte il fatto che l'autore è negato per la letteratura e che della sua vita privata non ci importa un bel nulla, è  proprio il manifesto a essere banale. Se sui muri della sede sono stati scritti i versi di un gruppo musicale, che c'è di tanto strano? anche nella prima aula studentesca che mi ha accolto dieci anni fa era stata dipinta una citazione di Cezanne, che certo ci fa una figura migliore di qualsiasi paroliere...
Andando avanti con la lettura, la storia prende una piega strana: un posto dove tutti si prendono a cinghiate e non è un manicomio può essere qualcosa di peggio, e quelli che lo frequentano non se ne rendono conto. Spesso i membri di Casa Pound parlano di una luce che anima il movimento, ma è un bagliore fasullo che confonde le idee, un senso di potenza fine a se stessa che non ha nulla a che vedere con la forza che un uomo può trarre dalla sua anima. Il fatto che dietro una facciata laica siano spesso venerati gli dei romani la dice lunga sulla natura di questi sedicenti centri sociali, la cui radice sprofonda negli inferi (al pari dei circoli di estrema sinistra, s'intende).
Anche un gesto nobile come il ricordo dei compagni defunti qui sembra essere storpiato e tramutato in una seduta spiritica: se crediamo che il nostro amico è presente con noi, non c'è bisogno di recarsi nel punto e nel momento preciso in cui ha perso la vita: non è tanto più ragionevole ricordarlo ad ogni riunione, chiamandolo all'appello insieme a tutti gli altri, nella sede dove ha vissuto ed è stato felice?
Sono solo due esempi, ed è vero che in Casa Pound c'è molto altro: la solidarietà tra fratelli, la difesa reciproca, le porte aperte agli sfrattati... ma perchè dedicare tutto questo al maligno, o anche solo ad una banale questione di origini remote? la discendenza etnica è solo un fatto biologico che si dissolve insieme all'ultimo respiro, e anche la nazionalità ci viene assegnata senza che la possiamo scegliere. L'essere umano è molto più di un aggregato di memorie, nasce dall'alto e non dal terreno. Il limite di Casa Pound e dei loro emuli, al di là dei metodi che possono piacere o no, è di non comprendere che ogni gesto collettivo o è dettato dallo spirito, oppure è solo un inutile sfogo di nervi.