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Il Nabucco stonato

15 marzo 2011

In questi anni di tronisti, grandifratelli e amenità varie, in cui viene osannato come capolavoro ciò che in realtà è a malapena decente, più o meno tutti ricordiamo la scena di una nota fiction in cui l'Inno alla Gioia di Beethoven venivano cambiate le parole e diventava un inno al comunismo, ad opera di studentelli che dei Paesi dell'Est avevano visto solo i cristalli di Boemia esposti nel salotto della casa paterna. Avevamo visto la scena e ci avevamo riso su, allora. A distanza di qualche anno, la cricca di sessantottini brizzolati che monopolizza la cultura italiana ci è arrivata molto vicino. Non occorre essere dei grandi esperti di musica (chi scrive, poi, è ignorante come una capra) per capire che un comizio nel bel mezzo di un'opera è un corpo estraneo, un obbrobrio che spezza la narrazione e con essa l'armonia, la meraviglia così faticosamente evocate. Tanto varrebbe a quel punto suonare i Cugini di Campagna.

Ebbene, Muti l'ha fatto. Probabilmente il maestro di una banda di paese non si sarebbe permesso, Riccardo Muti invece sì. Non che non ne abbia l'autorità, nè ha parlato a vanvera: sacrosante sono le proteste contro i tagli al settore culturale, che gettano alle ortiche l'unica vera ricchezza del nostro Paese, proprio mentre si dichiara a gran voce di celebrarne la storia.  Ma attaccare una bega di tasche vuote nel bel mezzo del Nabucco non è solo inopportuno o cafone, è molto peggio: è la setssa volgarità che aleggiava nel blocco sovietico con i suoi casermoni squadrati e le statue in posa, che si impossessa dei brani più celebri per farne spot pubblicitari, mentre le radio trasmettono perlopiù ragli d'asino e i pochi bravi restano nell'ombra.

D'altro canto, era il contesto stesso ad essere pacchiano. Bravo il coro e pure il pubblico, ma era proprio il caso di celebrare tanto, per giunta in tempo di crisi, l'anniversario di una prepotenza? Tutti sanno che la spedizione dei Mille non fu un'idea condivisa a livello di popolo (altrimenti non sarebbero stati solo mille, ma di questo nessuno parla mai). Lo stesso Verdi aveva preso un abbaglio nell'accostare un episodio di storia sacra ad una delle pagine più vergognose del modernismo, ma questo perchè era umano. Troppo spesso gli artisti ed i compositori vengono descritti nelle biografie come angeli in terra: celeste è casomai l'origine della loro ispirazione, non la loro vita che poteva incappare in errori come chiunque altro. Un musicista dell'Ottocento che aderisce all'ideologia del Risorgimento è comprensibile; lo è un po' menno il fatto che dopo un secolo e mezzo quell'ideologia venga propinata in tutte le salse come argomento di attualità.

Guardiamoci in faccia. Nord e Sud si prendono in giro per quisquilie, ogni tanto la pazienza sfiora il limite e si sente invocare la secessione. L'ultimo discendente dei Savoia è un politico banaluccio e un cantante che pare uscito dall'osteria. La Sardegna, saggiamente, continua a occuparsi dei casi suoi. La cucina italiana, amatissima in tutto il mondo, è continuamente oggetto di disturbo a causa delle paturnie salutiste dell'Unione Europea, che pure ha approvato dei farmaci che andrebbero piuttosto chiamati veleni (basta fare un giro sul web per vedere cos'ha combinato nel 2010 il vaccino antinfluenzale, che rimase in gran parte negli scaffali solo grazie al buon senso collettivo). Vogliamo parlare del paesaggio? Con una gita in Liguria o in qualsiasi altra area costiera, e vedrete che bella colata di cemento. Preferite la montagna? Andate a Bardonecchia e ammirerete quell'ecomostro del Campo Smith. Quando si parla di Italia con la gente comune l'unica cosa che veramente unisce tutti e che ha il potere di sciogliere anche i leghisti più agguerriti è il patrimonio culturale, e proprio quello viene o ideologizzato o lasciato all'abbandono. Forse ha avuto ragione il costumista a conciare i prigionieri del Nabucco come spiriti danteschi: altro che "canto funebre", qui siamo già alle sedute spiritiche.

 Elisabetta Spada